cosa fare in caso di mal di testa? Il mal di testa, detto anche cefalea, è un disturbo molto diffuso nella popolazione e colpisce circa il 50% della popolazione adulta. 

Il mal di testa si presenta sotto diverse forme e gradi d’intensità, i cui effetti possono influire negativamente nelle attività quotidiane e sulla qualità di vita di chi ne è affetto. Sono distinguibili principalmente due gruppi principali di cefalea. 

-Cefalee primarie: in cui la manifestazione dello stato doloroso non è legata ad altre patologie, ed è quindi un disturbo autonomo, una “malattia” vera e propria; 

-Cefalee secondarie: in cui il mal di testa è un “sintomo” di una ben definita e precisa malattia sottostante. 

 

Emicrania 

L’emicrania è la cefalea primaria più ricorrente nelle donne in età fertile, si manifesta con un dolore intenso e pulsante concentrato in una sola delle tempie o in un emisfero del cranio (il destro o il sinistro, indifferentemente), ha una durata variabile e può essere accompagnato da nausea e vertigini.  

Esistono, inoltre, dei sintomi neurologici definiti “aura”, che si sviluppano prima o nella fase iniziale del mal di testa vero e proprio e che possono avere una durata variabile compresa tra i 5 e i 60 minuti e comprendono disturbi visivi o un’eccessiva sensibilità alla luce: si parla in questo caso di emicrania con aura! 

L’emicrania mestruale, più comunemente detta mal di testa da ciclo, colpisce oltre il 50% delle donne e si presenta immediatamente prima, durante e/o subito dopo il ciclo mestruale. 

La cefalea di tipo tensivo 

La cefalea di tipo tensivo è solitamente conseguenza di stress o una postura scorretta: il dolore è meno intenso, ma è diffuso a tutta la testa e più costante. Essa si manifesta in modo simile alla cefalea cervicale, da cui però differisce in quanto quest’ultima deriva da problemi legati alle vertebre cervicali, e non dalla mera tensione muscolare. 

La cefalea a grappolo 

La cefalea a grappolo, infine, è quella più dolorosa e meno sopportabile. È più comune fra gli uomini, e le sue cause non sono ancora state del tutto chiarite: si ritiene che possa essere dovuto a squilibri ormonali, o che possa essere coinvolto l’ipotalamo. Tale forma di cefalea deve il suo nome al fatto che gli attacchi sono ciclici e seguono uno schema ben preciso. Al contrario dell’emicrania, il dolore è improvviso, molto intenso, tende a irradiarsi ad altre parti della testa, al collo e alle spalle, e non è di solito associato a segni premonitori, anche se può avere sintomi molto simili. Anche in questo caso, infatti, si possono verificare episodi di nausea, vomito, vertigini, sensibilità alla luce. Essa è una forma di cefalea molto invalidante, che spesso costringe chi ne soffre a letto e lo impossibilita nella attività quotidiane 

Cosa fare in caso di mal di testa? 

In supporto alla terapia farmacologica esistono azioni e rimedi naturali che possono contribuire a ridurre lo stress e rilassare chi sta soffrendo di mal di testa, come effettuare massaggi o pressioni per alleviare le parti dolenti, bagni d’acqua calda con aromaterapia, ascoltare musica rilassante, alimentarsi con liquidi e cibi digeribili, riposare regolarmente e adottare una respirazione lenta e profonda.  

Non esiste una soluzione valida per tutti, ma ognuno deve cercare quelle strategie che lo aiutano a stare meglio durante un attacco di cefalea, mentre i trattamenti farmacologici agiscono per ridurre il dolore. 

Alcune buone abitudini, come evitare di saltare i pasti (inclusa la colazione), dormire un buon numero di ore tutti i giorni coricandosi e alzandosi agli stessi orari anche durante il fine settimana, ed evitare alcuni alimenti se il loro consumo è stato associato al mal di testa, permettono di ridurre la frequenza con cui questo fastidioso dolore si presenta. 

Molto importante è monitorare le caratteristiche del mal di testa, aiutandosi magari con un diario, quando il mal di testa inizia ad essere ricorrente! Ecco i nostri consigli: 

  1. Analizza la frequenza degli attacchi ovvero quante volte al mese soffri di episodi di mal di testa: una frequenza di oltre le 7-8 volte è già un campanello d’allarme valido, ma se si supera le 15 volte al mese è davvero necessario l’intervento di un medico. 
  1. Quantifica i giorni al mese in cui fai ricorso ad analgesici per trovare sollievo dal mal di testa. Un numero di giorni di ricorso ad analgesici superiore a 10 al mese necessita l’attenzione di un medico. 

E come terapia farmacologica? 

Hai il mal di testa e non sai quale Moment scegliere? Leggi il nostro articolo sul blog sulle differenze ed usi specifici nelle diverse forme di Mal di Testa.

 

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A cosa serve l'Ibuprofene?

L’ibuprofene è un principio attivo appartenente alla famiglia dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), ha proprietà antinfiammatorie, analgesiche e antipiretiche. Può essere utilizzato nel trattamento del dolore di varia origine e natura 

Scopriamo insieme cos’è, come e quando assumerlo. 

 

Cos’è l’ibuprofene? 

L’ibuprofene è un antinfiammatorio non steroideo. Come tutti i FANS agisce inibendo la produzione delle prostaglandine, molecole coinvolte nei processi infiammatori. 

 Più nel dettaglio, blocca l’attività degli enzimi cicloossigenasi COX1 e COX2, enzimi presenti in vari tessuti del corpo. 

 L’ibuprofene è un farmaco di sintesi con attività analgesica ( riduce il dolore), antinfiammatoria (riduce l’infiammazione) e con una spiccata attività antipiretica (abbassa la febbre). 

 

A cosa serve? 

Per i suoi effetti antinfiammatori e antidolorifici viene somministrato per alleviare dolori di lieve e moderata intensità tra cui mal di testa, nevralgie, dolori mestruali, mal di denti, dolori muscoloscheletrici (ad esempio in caso di torcicollo) , dolori traumatici associati a contusioni, strappi muscolari e distorsioni, dolori post-partum e post-operatori . 

Inoltre viene assunto per alleviare il dolore, la debolezza, il gonfiore e la rigidità conseguenti all’osteoartrite e l’artrite reumatoide, lombalgia, sciatalgia. Grazie alla sua attività antipiretica viene somministrato anche nei bambini per ridurre la febbre. 

 

Come si assume l’ ibuprofene? 

È disponibile in diverse forme farmaceutiche a diversi dosaggi : sottoforma di compresse rivestite e granulato effervescente ( da assumere sempre a stomaco pieno con abbondante acqua), in capsule molli, sciroppi, in compresse orodispersibili (in questo caso non è necessaria l’assunzione di acqua, ma bisogna posizionare la compressa sulla lingua e lasciarla sciogliere, quindi deglutire),in pomata per uso topico, in supposte per uso rettale e in soluzioni per iniezioni intramuscolari. Nel caso di farmaci da banco disponibili in parafarmacia troviamo formulazioni in compresse o bustine da 

 200mg ( ad esempio moment®) :1-2 bustine/compresse,2-3 volte al giorno; 

400mg (ad esempio momentAct Analgesico®, buscofenAct® 400) :1-3 compresse/bustine al giorno. 

Le dosi variano in base all’effetto terapeutico desiderato e a seconda dell’età del paziente. 

Nei bambini il dosaggio è 10mg per kilo di peso corporeo (ripetibili ogni 8ore). 

 

Può essere somministrato in gravidanza e nei bambini? 

Studi hanno evidenziato un aumento del rischio di aborto e malformazioni al feto durante il primo e secondo trimestre ( può essere somministrato solo in casi strettamente necessari). 

Durante il terzo trimestre e la fine della gravidanza è controindicato l’uso in quanto può portare ad un possibile prolungamento del tempo di sanguinamento e ad una inibizione delle contrazioni uterine andando a ritardare o prolungare il travaglio ( oltre ad esporre il feto a tossicità cardiopolmonare e disfunzione renale). 

Nei bambini è efficace l’uso dell’ibuprofene per ridurre la febbre, grazie alla sua proprietà  

antipiretica e nel controllo del dolore derivante da leggeri traumi muscoloscheletrici, dolore alle articolazioni e può essere utili anche nel dolore post operatorio e nell’emicrania. È da preferire come forma farmaceutica lo sciroppo, compresse rivestite, gocce. Per quanto riguarda le compresse orodispersibili non devono essere somministrate a bambini di età inferiore ai 12 anni. 

 

Controindicazioni ed effetti collaterali  

L’ibuprofene è controindicato in caso di insufficienza renale, malattie epatiche e patologie dell’apparato gastrointestinale ad esempio in caso di ulcere gastriti emorroidi con sanguinamento virgola in caso di malattie respiratorie può determinare un aggravamento dell’asma punto sono possibili interazioni con alcuni medicinali soprattutto aci inibitori e antiaggreganti dell’angiotensina due, acido acetilsalicilico in quanto ne riduce l’azione cardioprotettiva, anticoagulanti, antipertensivi, diuretici, antivirali, alcuni antidiabetici. Non utilizzarlo contemporaneamente con altri fans.  

L’ibuprofene generalmente è un farmaco ben tollerato, ma all’aumentare delle dosi, in caso di abuso, può aumentare di conseguenza il rischio di sviluppare effetti collaterali. Fra gli effetti collaterali sono inclusi problemi gastrointestinali quali nausea ,vomito ,diarrea ,crampi addominali ,ulcere peptiche, possono svilupparsi altri disturbi quali vertigini, mal di testa, Rash cutanei, prurito, problemi alla vista, respirazione difficoltosa ,apnea, disidratazione e problemi alla salivazione.  

Raramente si riscontrano convulsioni, depressione, alopecia ,sangue nelle urine, insonnia, insufficienza renale, sbalzi di umore, anemia, cistite, ipotensione, ittero, edema, ansia. 

 

È importante sottolineare che automedicarsi può avere effetti indesiderati ,anche gravi.  

È sempre importante rivolgersi al medico e al farmacista per dubbi o maggiori informazioni.  

 

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Benagol o Benactiv?

Benagol o Benactiv: quale scegliere in caso di mal di gola?Il mal di gola è uno dei disturbi più diffusi, in particolare in questo periodo. Generalmente si tratta di un’infezione di lieve entità, ma risulta particolarmente fastidioso nel caso in cui i sintomi si prolunghino per qualche giorno. Di solito, il primo sintomo dell’infiammazione alla golaa essere avvertito è una sensazione di fastidio alla gola che evolve, nel giro di qualche ora, per dare origine agli altri sintomi come dolore localizzato alla gola (gola infiammata), difficoltà nella deglutizione. 

 

Per i primi sintomi del mal di gola le pastiglie Benagol  combinano un’azione lenitiva con una antisettica di due principi attivi, 2, 4-diclorobenzil alcol e Amilmetacresolo, in grado di combattere virus e batteri fornendo un rapido sollievo dal dolore.  

 

Qual è la posologia?  1 pastiglia di Benagol da lasciar sciogliere lentamente in bocca ogni 2 o 3 ore. Non superare le dosi consigliate. 

E nei bambini? Non somministrare ai bambini di età inferiore ai 6 anni.  

 

Mal di gola e tosse associata? Gola gonfia? Le pastiglie Benactiv Gola alleviano il mal di gola e la fastidiosa tosse associata fornendo un sollievo duraturo fino a 6 ore. Il prodotto combina 8,75 mg di flurbiprofene, un ingrediente antidolorifico e antinfiammatorio, con l’azione emolliente di una pastiglia. 

Benactiv Gola pastiglie penetra dalla superficie agli strati più profondi del tessuto della gola e combatte il dolore e l’infiammazione che causa mal di gola. 

Benactiv Gola pastiglie può iniziare a fornire sollievo dopo 2 minuti e fino a 6 ore. 

 

Qual è la posologia?  La dose raccomandata per l’utilizzo di Benactiv Gola Pastiglie è di 1 pastiglia da sciogliere lentamente in bocca ogni 3 – 6 ore, a seconda della necessità. 

Non superare la dose di 8 pastiglie nell’arco delle 24 ore. 

Può essere utilizzata nei bambini?

Non somministrare Benactiv gola pastiglie ai bambini di età inferiore ai 12 anni.  

 

Qual è quindi la differenza tra Benagol e Benactiv?

Le Benagol pastiglie dunque hanno come principio attivo un antisettico ovvero una sostanza con un’azione disinfettante  in grado di impedire o/e rallentare lo sviluppo dei microbi e da preferire in caso di primi sintomi del mal di gola. 

Benactiv gola pastiglie hanno invece come principio attivo un antinfiammatorio ad azione antiflogistica, in grado di contrastare i processi infiammatoriche si manifestano a carico di questo distretto corporeo e il dolore che tipicamente li accompagnano. 

 

  • Benagol pastiglie è disponibile nei gusti Miele e Limone, Arancia con Vitamina C, Limone senza zucchero, Mentolo e eucaliptolo, Menta fredda, Fragola.
  • Benactiv pastiglie è disponibile nei gusti Arancia senza zucchero, Miele e Limone.

 

Richiedono la ricetta medica?

Benagol pastiglie e Benactiv pastiglie sono farmaci SOP ( Senza obbligo di Ricetta) disponibili in Parafarmacie e Farmacie.

 

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Brufen e Spididol: sai realmente cosa contengono? 

Spididol e Brufen sono due farmaci in grado di alleviare il dolore e ridurre l’infiammazione: vediamo insieme similitudini e differenze! 

 

Cos’è Spididol e cosa contiene? 

È un medicinale a base di Ibuprofene sale di arginina. Appartenente alla famiglia degli antinfiammatori non steroidei (FANS), l’ibuprofene, agisce alleviando il dolore (azione analgesica) e riducendo i sintomi dell’infiammazione (azione antinfiammatoria). 

Sale di arginina: a cosa serve?  

Nella preparazione di Spididol, l’ibuprofene subisce un processo di salificazione con l’arginina che si traduce in una diminuzione del tempo necessario affinché il medicinale venga assorbito. Ciò significa una più veloce comparsa dell’effetto analgesico contro i dolori di varia origine e natura.   

Quando è indicato Spididol? 

è un medicinale analgesico-antinfiammatorio indicato per il trattamento di dolori di diversa origine e natura, quali: 

  • mal di testa 
  • mal di denti 
  • dolori mestruali 
  • nevralgie 
  • dolori osteoarticolari (cioè delle ossa) e muscolari 

 

Come si utilizza? 

Spididol 400 mg compresse può essere utilizzato negli adulti e negli adolescenti dai 12 anni in su. 

1 compressa 2-3 volte al giorno. 

Non assumere oltre 3 compresse al giorno (1.200 mg al giorno)  

 

Serve la ricetta medica? 

Spididol 400mg non richiede prescrizione medica: è un medicinale di automedicazione (OTC) che può essere acquistato direttamente in farmacia e parafarmacia. Si consiglia sempre di chiedere chiarimenti al medico o farmacista, soprattutto in caso di dubbi. 

 

Cos’è Brufen e cosa contiene? 

 Brufen Analgesico è un medicinale a base di ibuprofene sale di lisina, un analgesico e antinfiammatorio utile per il trattamento del dolore da lieve a moderato come mal di testa, mal di denti, dolori muscolari e articolari, dolori mestruali, per il trattamento di dolori di diversa origine e natura, 

 

Quando è indicato Brufen? 

 è utile in caso di: 

  • Mal di testa 
  • Mal di denti 
  • Dolori muscolari e articolari 
  • Dolori mestruali 

 

Come e quando si prende Brufen 400mg compresse? 

Per gli adulti e gli adolescenti al di sopra dei 12 anni: assumere, per via orale, 1 compressa fino ad un massimo di 3 volte al giorno, lasciando passare almeno 6 ore tra una somministrazione e l’altra. 

Serve la ricetta medica? 

Su questo aspetto ci viene spesso segnalata una forte confusione da parte dei pazienti, per tale motivo andremo ad analizzarlo in dettaglio. 

È possibile acquistare senza ricetta medica, in quanto farmaco OTC, Brufen Analgesico 12 compresse nel dosaggio da 200 e da 400mg di ibuprofene sale di lisina. 

Sia per la confezione di ibuprofene brufen*30cpr riv 400mg, così come nel dosaggio da 600mg e 800mg richiede sempre la prescrizione del medico. 

In più, sempre come farmaco OTC, è disponibile il Brufen dolore bustine. In questa formulazione in bustine il principio attivo è il Ketoprofene Sale di Lisina, di cui sicuramente conoscerete il similare con il nome commerciale di okitask. 

 

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“L’utilizzo smodato e inconsapevole dei motori di ricerca nel vano tentativo di automedicarsi può avere effetti indesiderati, anche gravi. Ascolta attentamente il tuo medico e il tuo farmacista, non è nocivo!”

Più comune di quanto si pensi, la vulvodinia colpisce circa il 15% delle donne. Caratterizzata principalmente da bruciore e/o dolore persistente all’ingresso della vagina e nella zona che la circonda, la vulva, in assenza di altre patologie o lesioni. Può colpire donne di tutte le età, dall’adolescenza alla menopausa e, talvolta, può divenire un disturbo permanente con cui occorre faticosamente imparare a convivere. Consultare un ginecologo può aiutare a escludere altre cause responsabili del dolore e a ricevere consigli su come alleviarlo.

Di cosa si tratta?

La vulvodinia è una condizione complessa difficile da diagnosticare. Viene accertarta  da parte del ginecologo solo dopo aver escluso altre possibili cause del dolore quali, ad esempio, un’infiammazione o un’infezione vulvo vaginale che, al contrario della vulvodinia, causano segni e lesioni visibili.  Nella menopausa il dolore può essere dovuto alla secchezza delle mucose vulvo-vaginali provocata dalla riduzione del livello di estrogeni. Più raramente, il dolore può essere dovuto a infezioni ripetute da  HYPERLINK “https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/h/herpes-genitale” \n _blankherpes genitalis, alla malattia di Behçet (una condizione dei vasi sanguigni che può causare ulcere genitali), alla sindrome di Sjögren (una malattia del sistema immunitario che può causare secchezza vaginale), alla fibromialgia (una malattia del sistema immunitario che causa dolori muscolari, nervosi e tendinei). Prima di curare la vulvodinia, pertanto, è sempre opportuno accertare la natura del dolore perché è possibile che sia causata da una combinazione di più fattori. 

Quali sono le cause?

L’origine della vulvodinia non è stata ancora chiarita, si ritiene possa avere diverse cause, talvolta associate tra loro. L’inizio dei disturbi segue spesso ripetute infezioni da parte di un fungo, la  HYPERLINK “https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/c/candidosi-o-candidiasi” \n _blankcandida albicans, o traumi fisici come un’episiotomia (incisione chirurgica della vulva) in occasione del parto o una biopsia vulvo-vaginale. Talvolta le donne riferiscono l’insorgenza del dolore a seguito di rapporti sessuali non desiderati e dolorosi o dopo un trauma psicologico. Possono essere coinvolti nell’insorgenza del disturbo anche aspetti legati alla cura di sé, come l’uso di biancheria intima sintetica o di indumenti troppo stretti, l’impiego di detergenti intimi o di prodotti a uso locale contenenti sostanze chimiche e le attività sportive che possono creare microtraumi, come lo spinning o l’equitazione.

La durata del dolore nel tempo (cronicizzazione) e/o il bruciore sembra riconducibile ai seguenti fenomeni:

stimolazione eccessiva di alcune cellule del sistema immunitario, chiamate mastociti, responsabili di una risposta immunitaria atipica che causa irritazione locale

stimolazione indiretta dello sviluppo di terminazioni nervose, che controllano la percezione del dolore

Il dolore vulvare, a sua volta, può facilitare una contrazione muscolare sia a livello del pavimento pelvico, sia a livello della muscolatura vaginale creando un circolo vizioso che alimenta i disturbi. Tutti questi fenomeni, che interessano congiuntamente il  HYPERLINK “https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/a/anticorpi” \n _blanksistema immunitario, muscolare, vascolare e nervoso, sembrano essere responsabili dell’aumento e del prolungamento della percezione dolorosa, anche a seguito di stimoli modesti.

Quali sono i sintomi?

Il sintomo principale della vulvodinia è un dolore persistente, di solito limitato alla zona vulvare, senza alcuna lesione visibile. In alcuni casi il dolore, anche sotto forma di fitte o scosse, può estendersi anche ai glutei, all’ano e all’interno delle cosce. Può essere continuo, pungente o provocare una sensazione di bruciore, talvolta molto intenso. Può essere spontaneo o provocato da un contatto, come avviene durante un rapporto sessuale o con l’inserimento di un tampone o di un ovulo vaginale. Talvolta anche sedersi o accavallare le gambe può scatenare o peggiorare la percezione del dolore. La vulvodinia è spesso associata ad un altro disturbo chiamato vaginismo che è responsabile di dolore e difficoltà alla penetrazione della vagina a causa della involontaria contrazione dei muscoli che la circondano. Altre condizioni che possono associarsi alla vulvodinia sono la cistite interstiziale (una condizione dolorosa della vescica), i dolori mestruali e la sindrome del colon irritabile.

Qual è il trattamento?

E’ improbabile che la vulvodinia guarisca spontaneamente pertanto è importante adottare alcuni accorgimenti. I trattamenti combinati possono alleviare i disturbi della vulvodinia e ridurre il suo impatto sulla vita delle donne che ne soffrono.

Le terapie farmacologiche più utilizzate sono gli antidepressivi ciclici e gli  HYPERLINK “https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/f/farmaci-antiepilettici” \n _blankanticonvulsivanti. A piccole dosi, possono interrompere i circuiti del dolore cronico e la maggiore sensibilità delle terminazioni nervose. Qualora il medico  ritenesse opportuno prescrivere tali farmaci informerà la donna dei possibili effetti collaterali e concorderà con lei le modalità di assunzione.

Si possono inoltre applicare anestetici locali, come la lidocaina sotto forma di gel o crema, direttamente sulla vulva per alleviare temporaneamente il dolore, soprattutto prima dei rapporti sessuali. È importante ricordare che la lidocaina può danneggiare il lattice dei profilattici per cui nel caso si ricorra a creme o gel a base di lidocaina occorre sempre utilizzare preservativi privi di lattice. I lubrificanti vaginali e l’idrogel sono prodotti da banco che possono essere consigliati dal medico per lenire l’area e aiutare a idratare la vulva in caso di secchezza. Anche la fisioterapia può essere di aiuto specialmente in caso di dolore dovuto alla contrazione della muscolatura pelvica. Le donne possono imparare a praticare in autonomia esercizi di auto massaggio, sia interno che esterno esercitando pressione sui punti dolorosi, o ricorrere all’uso di dilatatori vaginali di diametro e lunghezza progressivi per desensibilizzare e rilassare i muscoli della vagina alleviando i disturbi della vulvodinia e del vaginismo. Infine il fisioterapista può proporre l’utilizzo della TENS (stimolazione nervosa elettrica transcutanea), che prevede l’erogazione di impulsi elettrici a bassa frequenza con l’obiettivo di inibire le terminazioni nervose coinvolte nella percezione del dolore. Le terapie fisiche, se eseguite con regolarità, possono dare sollievo nella quasi totalità dei casi.

I nostri consigli

Alcuni aspetti legati alla cura di sé, spesso ritenuti marginali, possono aiutare a ridurre al minimo gli stimoli irritativi e prevenire, o controllare, il dolore vulvare cronico. Includono:

indossare biancheria intima di cotone bianco ed evitare indumenti troppo aderenti 

non indossare biancheria intima di notte

evitare prodotti profumati per l’igiene intima, scegliere detergenti delicati ed emollienti

utilizzare solo assorbenti igienici esterni, preferibilmente di cotone

usare i lubrificanti suggeriti dal medico per agevolare i rapporti sessuali

evitare le attività fisiche che causano sfregamento della vulva, ad esempio equitazione, cyclette o spinning

applicare della vaselina come protezione dal cloro, prima di nuotare in piscina

essere consapevoli che anche lo stress può causare o peggiorare la vulvodinia

utilizzare un cuscino a forma di ciambella, nel caso la vulvodinia si associ a dolore quando si è seduti

In caso di ulteriori dubbi non esitare a chiedere consiglio al tuo farmacista o al tuo ginecologo di riferimento. 

 

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Autunno: i multivitaminici sono utili per affrontare il cambio di stagione?

I cambi di stagione sono spesso un problema per molte persone, bambini compresi. 

Non è solo una sensazione: è verissimo che possiamo trovarci di fronte ad una stanchezza fisica e psicologica più marcata rispetto ad altri periodi dell’anno. 

Questo perché il nostro organismo deve abituarsi ai nuovi ritmi, alla riduzione delle ore di luce e ai cambiamenti di temperatura che mettono a dura prova fisico e sistema nervoso, rendendoci più vulnerabili all’attacco di virus e batteri, responsabili dei cosiddetti malanni di stagione. 

Possiamo definirlo come il momento più importante per prendersi cura della propria salute e del proprio benessere. 

Come poter prendersi cura del proprio benessere? 

Oltre al mantenimento costante di uno stile di vita sano, fatto di regolare attività fisica e di una alimentazione varia ed equilibrata, ricca di frutta e verdura, un altro elemento che possiamo integrare durante i cambi delle stagioni sono le vitamine ricostituenti e i sali minerali, che contribuiscono al nostro benessere in maniera preziosa e mirata. 

…ma come scegliere l’integratore multivitaminico più idoneo? 

Un multivitaminico completo dovrebbe contenere numerose vitamine e minerali essenziali diversi, vitamine liposolubili (A, D3, E, K1 e K2), e idrosolubili (vitamina C e tutte le vitamine del gruppo B), macrominerali (calcio, magnesio e potassio), microminerali e oligominerali (ferro, iodio, zinco, selenio, rame, manganese, cromo, potassio). 

 

Perché si sente spesso parlare di vitamina D? 

La vitamina D viene assorbita dal sole per il 90% e solo il 10% dal cibo che mangiamo. In autunno e in inverno, le giornate sono più brevi e l’intensità dei raggi solari diminuisce, quindi il corpo produce meno vitamina D, che molto probabilmente sarà addirittura insufficiente. La vitamina D è importante per il sistema immunitario a combattere le infezioni, l’umore e la salute delle nostre ossa. 

Assumere un integratore di vitamina D ad alte dosi si rivela molto utile se ci sono carenze, meglio quindi assicurarsi dello stato di salute attraverso delle analisi del sangue. 

 

E chi non conosce la Vitamina C? 

Nonostante sia un micronutriente risulta essenziale per il suo benessere in quanto interviene in numerosi processi metabolici ed enzimatici. 

In particolare, è molto utile per il sistema immunitario, in quanto riesce ad attivare la funzionalità dei linfociti, le cellule incaricate delle difese immunitarie, e di tutti i processi che regolano la produzione degli anticorpi. In più è un fondamentale antiossidante: protegge dai radicali liberi e riduce lo stress ossidativo.  

Sappiamo che il corpo umano non può produrre vitamina C e non può nemmeno immagazzinarla, risulta dunque utile la sua integrazione soprattutto nei mesi più freddi per aiutare il sistema immunitario, la salute e il benessere generale. 

 

Vitamina B6, Zinco e Niacina 

Potrebbe risultare utile e necessario integrare anche altre vitamine e sali minerali, come la vitamina B6 e lo zinco, che contribuiscono alle normali funzioni del sistema immunitario. 

La vitamina B6, infatti, protegge l’organismo da virus e batteri responsabili dei malanni di stagione. Si trova maggiormente in alimenti come la carne, latte, nei cereali integrali, negli spinaci, nei piselli e in pesci come tonno e salmone. La sua carenza può causare anemia ipocromica e può facilitare la formazione di calcoli nei reni. 

Non dimentichiamo la Vitamina PP (o niacina), è una preziosa alleata per affrontare l’autunno: è coinvolta nella produzione di serotonina, neurotrasmettitore fondamentale per il benessere emotivo. 

 

È chiaro, dunque, che le normali difese del nostro organismo funzionano bene quando sono supportate da uno stile di vita sano, attività fisica ed alimentazione ricca di minerali e vitamine ma, quando queste vengono meno, una integrazione personalizzata può essere utile per ridurre il frequente il rischio di ammalarsi. 

 

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Perché in estate aumentano i disturbi della vista?

C’è un fattore di rischio per gli occhi, e dunque anche per la vista, spesso sottovalutato: l’estate.  

Vento, acqua salata, cloro, polline, polveri sottili, superfici riflettenti di mare e montagna e, soprattutto, il sole possono aumentare le probabilità di sviluppare qualche disturbo oculare: in particolare alla retina, complice una azione più aggressiva da parte dei raggi ultravioletti. Per contrastare l’elevata dannosità ambientale, è fondamentale ricorrere ad una efficace, facile prevenzione: gli occhiali da sole. Invece gli italiani ne fanno scarso uso, comprese le fasce di popolazione più a rischio, quali bambini e anziani.

Proteggere gli occhi deve diventare una sana abitudine che inizia fin da bambini 
Invece solo nel 60 per cento dei casi, nella fascia più a rischio tra i 2 e i 6 anni, i piccoli indossano lenti scure

Trascurano gli occhi anche gli anziani, nei quali l’età favorisce invece la fotofobia: ovvero l’eccessiva sensibilità alla luce, che si cura con lenti fotocromatiche o che assicurano un’alta percentuale di sbarramento agli ultravioletti. Perché i rischi, in generale, sono di compromettere la buona funzionalità della retina e quella lacrimale ma anche di elevare il rischio di congiuntiviti, fino a favorire la predisposizione all’insorgenza della cataratta.
Sempre in estate un altro fattore di rischio per gli occhi è l’esposizione all’aria condizionata, con conseguente senso di fastidio e di presenza di “corpo estraneo” nell’occhio, disidratazione e possibili congiuntiviti.

Correre ai ripari è molto semplice: basta bere molto e mangiare tanta frutta e verdura per reidratare e fornire i nutrienti necessari, oltre all’uso di colliri lubrificanti, chiamati anche lacrime artificiali, che forniscono il giusto grado di lipidi e acqua  

Chi cerca un po’ di refrigerio in piscina dovrà fare attenzione al contatto dell’acqua con gli occhi. Il cloro è una sostanza chimica utilizzata per impedire la crescita e la proliferazione batterica in acqua. È una sostanza indispensabile per tenere le piscine pulite e disinfettate ma può causare disturbi sia alla pelle che agli occhi.

I disturbi possono essere di entità variabile, dal semplice fastidio oculare al bruciore, irritazione fino a congiuntiviti o cheratocongiuntiviti. In alcuni casi, questo dipende da una particolare sensibilità degli occhi maggiormente accentuata nei soggetti atopici, ma spesso può dipendere da una reazione oculare a particolari componenti chimiche che si accumulano nell’acqua quando non viene trattata nel modo giusto.

Terminato il bagno in piscina o la nuotata è molto importante fare una doccia con acqua dolce avendo cura di risciacquare bene il viso, gli occhi e le orecchie.

Se il disturbo è costante ti consigliamo di parlarne con il tuo oculista.

Quanta acqua bere per proteggere gli occhi? 

Gli esperti si raccomandano di bere almeno 1.5-2 litri di acqua al giorno, da aumentare in caso di sforzi fisici o elevata sudorazione. Importante è ricordarsi di assumerla durante tutto l’arco della giornata, senza attendere lo stimolo della sete. Chi fatica a bere acqua può integrarla con altre bevande sane e idratanti, preferibilmente non zuccherate, come acque detox e infusi. Durante la bella stagione estiva è inoltre importante seguire un’alimentazione fresca e leggera, privilegiando cibi idratanti e digeribili, per non affaticare l’organismo.

 

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Foille Sole e Cortidro: quali le principali differenze?

Foille Sole e Cortidro

I sintomi più diffusi in seguito alle prime giornate in spiaggia sono arrossamento, ipersensibilità al tatto, gonfiore, secchezza e prurito, tutte risposte della cute all’aggressione dei raggi ultravioletti del sole, nello specifico agli UVB. 

Foille Sole e Cortidro sono solo due dei rimedi utilizzati per ridurre questi fastidiosi sintomi: vediamo insieme le differenze! 

FOILLE SOLE

è un medicinale a base di benzocaina, capace di alleviare il dolore, il bruciore ed il prurito sulla pelle, alcol benzilico con azione disinfettante e capace di calmare il dolore, e cloro xilenolo con azione disinfettante. 

Foille Sole è indicato: 

  •  in caso di arrossamenti della pelle dovuti ad un’eccessiva e prolungata esposizione al sole (eritemi solari), piccole ustioni, irritazioni sulla pelle da vari agenti chimico-fisici, punture d’insetti; 
  •  nella medicazione di lesioni superficiali (escoriazioni e abrasioni) e ferite superficiali della pelle. 

 
Può essere utilizzato nei bambini? 

Foille Sole non deve essere usato nei bambini di età inferiore a 6 mesi. Nei bambini tra i 6 mesi e i 2 anni d’età, usi questo medicinale solo dopo aver consultato il medico (vedere “Avvertenze e precauzioni”). 

Foille sole è disponibile sottoforma di crema o spray 

Qual è la posologia? La dose raccomandata sia negli adulti che nei bambini è fino ad un massimo di 4 applicazioni al giorno. 

Qual è la modalità d’uso? Quando preferire lo spray alla crema? 

Applicare uno strato leggero ed uniforme di crema direttamente sulla lesione. In caso di piccole lesioni in seguito all’applicazione della crema, ricopra la lesione con garza sterile. Se utilizza una garza sterile non rimuova la medicazione prima di 48 ore, in modo da non interferire 

con la guarigione. È possibile non rimuovere la garza sterile anche per qualche giorno: in questo caso 

mantenga umida la medicazione applicando Foille Sole crema direttamente sulla garza sterile. 

In caso di lesioni più estese è preferibile utilizzare Foille Sole spray cutaneo. 

CORTIDRO 

Cortidro contiene il principio attivo idrocortisone, che appartiene ad un gruppo di medicinali chiamati corticosteroidi, utilizzati per ridurre l’infiammazione: è una crema utilizzata in adulti e bambini al di sopra dei due anni di età.

A cosa serve? 

È indicato in caso di punture di insetti, prurito, eritemi o ustioni non estese, infiammazioni della pelle (eczemi).

Come si presenta? 

Cortidro si presenta in forma di crema allo 0,5%, contenuta in un tubo in alluminio da 20 g

Come si utilizza? 

Una piccola quantità di crema sulla zona interessata, massaggiando leggermente per facilitarne l’assorbimento, due o tre volte al giorno; è consigliabile utilizzare Cortidro solo per brevi periodi di trattamento.

Serve la ricetta medica? 

No, sia Cortidro che Foille sole appartengono alla categoria degli OTC – medicinali non soggetti a prescrizione medica da banco

Quale sono quindi, le differenze tra Cortidro e Foille Sole? 

Come abbiamo visto entrambi hanno la stessa indicazione: eritemi solari, ustioni ma anche punture d’insetto ma con principi attivi differenti.  

Quando il prurito è intenso, è consigliabile utilizzare una crema a base di idrocortisone allo 0,5% come (per esempio, Cortidro, Foille insetti, Dermocortal, Sintotrat, Dermirit e Lenirit), una concentrazione più che sufficiente per risolvere il problema.  

La benzocaina, principio attivo del Foille Sole, viene utilizzata nei casi in cui si voglia indurre un’azione anestetica locale, al fine di conferire sollievo al paziente da sintomi quali dolore, bruciore e prurito di entità lieve.

 

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Benessere Mentale

Secondo l’OMS la salute è definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”.

Dunque la salute mentale riveste un ruolo fondamentale nel nostro benessere.

La stessa OMS infatti, definisce la salute mentale come una componente essenziale della salute in generale, delineata come “uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità».

 

I determinanti della salute mentale

I determinanti della salute mentale e dei disturbi mentali includono non solo attributi individuali quali la capacità di gestire i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri comportamenti e le relazioni con gli altri, ma anche fattori sociali, culturali, economici, politici ed ambientali, tra cui le politiche adottate a livello nazionale, la protezione sociale, lo standard di vita, le condizioni lavorative ed il supporto sociale offerto dalla comunità. L’esposizione alle avversità sin dalla tenera età , ad esempio, rappresenta un fattore di rischio per disturbi mentali.

La salute mentale dunque è influenzata in larga misura dal contesto (ambiente, situazione economica, ecc.), ma anche dalle caratteristiche personali (patrimonio genetico, ciò che ci è stato trasmesso dai genitori, il proprio vissuto, ecc.).

La complessa interazione tra questi diversi elementi conduce alla percezione che ciascuno ha del proprio stato di salute mentale.

Ricerca permanente di equilibrio

Salute mentale, sofferenza e malattia non sono condizioni fisse, ma stati che si modificano lungo l’arco della vita.

La salute mentale è una sfida costante che mira alla ricerca di un equilibrio tra i diversi fattori che la possono influenzare. Ogni nuova situazione di vita la può destabilizzare. Disporre di risorse e di un sostegno adeguato può contribuire a mantenere questo equilibrio.

Gruppi più a rischio

 

A seconda del contesto locale, alcuni individui e gruppi sociali sono molto più a rischio di altri: sono per esempio (ma non necessariamente) i membri delle famiglie che vivono in situazioni di povertà, le persone affette da malattie croniche, i neonati e i bambini abbandonati e maltrattati, gli adolescenti che fanno uso per la prima volta di sostanze psicoattive, le minoranze, le popolazioni indigene, le persone anziane, le vittime di discriminazioni e violazioni dei diritti umani, i prigionieri e le persone che vivono situazioni di conflitto, catastrofi naturali o altre emergenze umanitarie.

In molte società i disturbi mentali legati all’emarginazione, all’impoverimento, alle violenze e maltrattamenti domestici, all’eccessivo carico di lavoro e allo stress inducono crescente preoccupazione, soprattutto per la salute delle donne.

 

Conseguenze sulla salute

Le persone con disturbi mentali sperimentano tassi di disabilità e di mortalità notevolmente più elevati rispetto alla media. Per esempio persone con depressione maggiore e schizofrenia hanno una possibilità del 40-60% maggiore rispetto al resto della popolazione di morte prematura, a causa di problemi di salute fisica, che spesso non vengono affrontati (come cancro, malattie

cardiovascolari, diabete o infezione da HIV), e di suicidio. Esso è la seconda causa di mortalità nei giovani su scala mondiale. Spesso i disturbi mentali influiscono su altre malattie, quali ad esempio il cancro, le malattie cardiovascolari e l’infezione da HIV/AIDS, e sono a loro volta influenzate da queste; e pertanto necessitano di servizi comuni e un’attiva mobilitazione di risorse. Per esempio, è stato infatti dimostrato che la depressione può causare una predisposizione all’infarto del miocardio e al diabete; i quali a loro volta aumentano il rischio d’insorgenza di una depressione.

Si è constatato inoltre che spesso i disturbi mentali si accompagnano ai disturbi da uso di sostanze psicoattive. La depressione da sola rappresenta il 4,3% del carico globale di malattia ed è una delle principali cause di disabilità a livello mondiale, particolarmente nelle donne.

 

Salute mentale e Covid-19

La pandemia di COVID-19 ha avuto un forte impatto sulla salute mentale delle persone. Alcuni gruppi, tra cui operatori sanitari e altri lavoratori in prima linea, studenti, persone che vivono da sole, soggetti vulnerabili (tra i quali i detenuti e i migranti) e persone con disturbi di salute mentale preesistenti, sono stati particolarmente colpiti. In molti paesi, oltre all’effetto deleterio che le misure di contenimento del COVID-19 sembrano aver avuto sulla salute mentale della popolazione, la crisi ha aumentato alcuni tra i principali fattori di rischio per le malattie mentali quali disoccupazione, insicurezza finanziaria, povertà. In aggiunta a ciò, i servizi sanitari dedicati ai disturbi mentali, neurologici e all’uso di sostanze sono stati significativamente rallentati e in molti casi interrotti.

 

Come prendersi cura della propria salute mentale

Ecco i nostri consigli per migliorare la tua salute mentale:

· fare sport, meglio se all’aperto!

· imparare a riconoscere i propri punti di forza e rispettare i propri limiti

· coltivare i propri hobby

· Riposare a sufficienza durante la notte

· Seguire un’alimentazione sana ed equilibrata

· Ritagliarsi dei momenti per sè

· Imparare a gestire la rabbia

· Stare a contatto con gli altri coltivando rapporti sociali ed evitando l’isolamento

· Avere un atteggiamento positivo

· Ridurre l’esposizione all’uso nocivo dell’alcool

· evitare l’uso di sostanze psicoattive.

· in caso di eventi di vita avversi , seguire programmi di cura con personale specializzato

· Proteggere i bambini dagli abusi creando o rafforzando i sistemi e le reti territoriali di protezione dell’infanzia.

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“L’utilizzo smodato e inconsapevole dei motori di ricerca nel vano tentativo di automedicarsi può avere effetti indesiderati, anche gravi. Ascolta attentamente il tuo medico e il tuo farmacista, non è nocivo!”

L’intolleranza al lattosio, definita anche ipolattasia, si verifica in caso di mancanza parziale o totale della lattasi, ovvero l’enzima in grado di scindere il lattosio nei suoi due zuccheri semplici: glucosio e galattosio.  

È l’intolleranza enzimatica più comune ed è riconosciuta come intolleranza alimentare dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

In Italia si ritiene che circa il 50% della popolazione sia intollerante al lattosio, anche se non tutti i pazienti manifestano sintomi.

ll lattosio è il principale zucchero del latte (ne rappresenta il 98%).

Lo ritroviamo nel latte di mucca, di capra, di asina, nel latte materno e non solo, oltre ad altri prodotti lattiero-caseari derivati. 

Quali sono i sintomi di una intolleranza al lattosio?

I sintomi più comuni coinvolgono il tratto gastro-intestinale.  

Insorgono da 1-2 ore a qualche giorno dopo l’ingestione di alimenti che contengono lattosio.  

La sintomatologia dipende anche dal cibo associato, in quanto è legata alla velocità di svuotamento gastrico.

Se il lattosio viene ingerito insieme ai carboidrati (specialmente quelli semplici), che aumentano la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi sono più probabili o più intensi, mentre se viene ingerito insieme a grassi, che riducono la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi possono essere molto ridotti o addirittura assenti. 

Come sintomi specifici abbiamo dolori e crampi addominali, meteorismo, flatulenza, pesantezza di stomaco, senso di gonfiore gastrico, diarrea, stitichezza 

Come sintomi generici si potrà avere mal di testa, stanchezza, nausea, eruzioni cutanee, lesioni della mucosa orale, infiammazioni del tratto urinario, perdita di peso.  

Quali sono le forme di intolleranza al lattosio?

Esistono 3 forme di intolleranza al lattosio: genetica, acquisita e congenita. 

Forma Primaria definita anche genetica, è la più diffusa.

Si può manifestare nel bambino oppure tardivamente nell’adulto a causa di una riduzione progressiva della produzione di lattasi.  

Forma acquisita definita anche secondaria, è causata da altre patologie acute (come infiammazioni e infezioni dell’intestino) o croniche (tra cui celiachia, morbo di Crohn, sindrome dell’intestino irritabile) oppure in conseguenza a disordini nutrizionali.  

Molto spesso è transitoria, risolvendosi alla guarigione della causa responsabile. 

Altri fattori scatenanti possono essere terapie antibiotiche, chemioterapiche o con radiazioni ionizzanti che, in conseguenza della loro tossicità o di un’azione di inibizione diretta dell’attività lattasica, determinano ipolattasia. 

Forma congenita definita Congenital Lactase Deficiency (CLD), è una condizione molto rara, di origine genetica a insorgenza precoce, si manifesta sin dalla nascita nei primi giorni di vita del neonato. 

Il neonato sviluppa diarrea non appena nutrito con latte materno o formulato, dovuto ad una totale assenza di lattasi che persiste per tutta la vita. 

Come si effettua la diagnosi? 

La diagnosi per intolleranza al lattosio si basa, oggi, su due principali metodiche riconosciute dalla comunità scientifica: H2-Breath Test e Test Genetico. 

La principale terapia consiste nell’esclusione o riduzione delle fonti di lattosio dalla dieta, per un periodo transitorio o permanente a seconda della forma di intolleranza. 

Si sente spesso parlare di integratori di lattasi, utili appunto per le persone che non riescono a digerire il lattosio, per concedersi uno strappo alla regola o quando non siamo sicuri di ciò che ci accingiamo a mangiare. 

Cosa sono gli integratori di lattasi? 

Possono contenere la lattasi sotto forma di beta-galattosidasi oppure lattasi ottenuta da batteri lattici, muffe e lieviti (ad esempio il più comune è Aspergyllus), quest’ultima è la più specifica. 

È possibile prendere più di una compressa insieme, alcune sono anche masticabili, ma leggere bene e attenersi alla posologia indicata sulla confezione e/o sul foglietto illustrativo.  

Generalmente l’enzima deve essere assunto tra 5 e 30 minuti prima del pasto contenente lattosio. 

Quanto dura l’effetto dell’enzima lattasi? 

La durata d’azione dell’enzima non è fissa, è soggettiva, dipende dal proprio tempo di svuotamento gastrico che a sua volta dipende da vari fattori come se il cibo è solido o liquido, dalla combinazione degli alimenti, dal tipo di alimento se ricco di grassi o di zuccheri o di carboidrati, dalla propria velocità di masticazione, dall’acidità di stomaco e dalla motilità intestinale ecc. 

In ogni caso l’azione non è lunga più di 1-2 ore circa dall’assunzione dell’alimento contenente lattosio. Generalmente l’azione massima si ha tra 15 e 60 minuti dal momento dell’assunzione (prestare attenzione ai nuovi integratori con effetto retard). 

Richiedono la ricetta medica? 

Si possono acquistare principalmente in farmacia ed in parafarmacia e non necessitano di prescrizione medica. 

 

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